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PERCHE' PER SCRIVERE BENE, BISOGNA SOFFRIRE

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Sul sito de "il Centro" c'è scritto riproduzione vietata, ma questo non è un articolo di giornale. Parla di dolore, parla di qualcosa che qualcuno si ostina a non dividere, come il pane in una mensa del dolore. Se avete voglia, vi invito a leggere.

 

LETTERA A DUE RAGAZZI CHE NON CI SONO PIÙ

di GIUSTINO PARISSE

Ciao Domenico, ciao Maria Paola, sono passati quattro anni da quando, in quella notte fra il 5 e il sei aprile, ho sentito per l’ultima volta le vostre voci. Di recente in un libro di un antropologo, Antonello Ciccozzi, ho letto questa frase: “Non si finisce mai di andare ai funerali dei propri figli”. E’ vero. Ma io mi ostino a non voler venire al vostro funerale. Faccio una fatica immensa persino a restare per un attimo, fermo, dentro la cappellina del cimitero di Paganica dove riposate.

Quattro anni senza di voi sono tanti e pure è come se l’orologio invece di andare avanti si ostinasse a tornare sempre indietro. E il dolore invece di allontanarsi si fa sempre più cupo, quasi perverso. Si insinua nelle carni, le morde, si diverte a vederle sanguinare. Io che da ragazzino soffro di una persistente forma asmatica ho scoperto che la sofferenza, quella dell’anima, è come quando ti manca il respiro: sei impotente, ti senti perso, cerchi un soccorso e se non trovi subito la medicina vai nel panico e percepisci che la vita ti sfugge. Forse è la stessa sensazione che avete provato voi quella notte e questo mi macera ancora di più quando penso che non ho fatto nulla, né prima , né durante , né dopo per salvarvi e strapparvi da quelle pietre intrise di polvere e dall’odore di morte. A volte mi giustifico dicendo che non potevo fare molto eppure non mi basta, le giustificazioni adesso sono finite. Sembro come quell’alunno che dopo troppe assenze a scuola non sa più come trovare ulteriori scuse per abbindolare i genitori o i docenti. Ma ora vi voglio raccontare quello che è successo in quest’ultimo anno.

Comincio dalle notizie belle (anche se nella vita di mamma e papà di bello c’è poco perché non possiamo condividere nulla con voi). La prima è che da novembre avete altre due cuginette. Voi avete conosciuto Gisella, Martina, Monica e Simone (che vi ricordano sempre e tante volte ci fanno commuovere). Cinque mesi fa sono arrivate Rosaria e Clarice. Sono i due gioiellini di zio Renzo e di Biancamaria. Un giorno, quando saranno cresciute sapranno della vostra storia e di quella di Onna, il paesello svanito in pochi secondi.

Toccherà anche a loro non dimenticare ma, soprattutto, insieme alle future generazioni, far rinascere il nostro, il vostro borgo e far tornare la vita là dove adesso c’è un silenzio che trafigge la gola. L’altra notizia bella è che dal maggio dell’anno scorso io, mamma e nonna Maria siamo andati ad abitare nella casetta nuova che abbiamo ricostruito sul prato di nonno Domenico, dove qualche volta abbiamo giocato a pallone rotolandoci felici nell’erba. Nel piccolo edificio ho riportato anche la biblioteca, da dove sto scrivendo questa lettera a voi. Intorno tanti libri e, sul computer, sempre fissa, l’immagine dei vostri due volti sorridenti. È una foto che vi feci nel gennaio del 2009, alla festa di Sant’Antonio, a Marruci di Pizzoli, il paese di mamma. L’ho trovata di recente in un file che credevo di aver perso. Ma il vostro sorriso è ovunque: in cucina, dietro il divano, in camera da letto. No. Non voglio venire ogni giorno al vostro funerale. Voi siete qui, con me, sempre. Non vi vedo e la vostra assenza è una lunga, terribile tortura. Davanti a casa c’è il frutteto della memoria: sono 40 alberi che ricordano i nostri compaesani che come voi ci hanno lasciato quella notte. Davanti a me, mentre scrivo, c’è la ricostruzione in scala della piazza di Onna (opera di un bravo artigiano aquilano) com’era il 5 aprile del 2009 e dove voi tante volte avete roteato con la bicicletta. Spero presto di poter realizzare anche una cappellina dedicata alla Madonna di Lourdes (sapete che mamma Le è molto devota).

Le notizie brutte sono, come sempre, molte di più. A Onna ancora non c’è un cantiere aperto. Il primo forse partirà a maggio e sarà quello della chiesa parrocchiale che “risorgerà” grazie agli

euro della Repubblica federale di Germania. L’Aquila, parlo del centro storico, mette una tristezza infinita. Per la ricostruzione si prevedono tempi lunghissimi e intanto per tutto l’anno abbiamo dovuto assistere alle solite risse da pollaio. I politici (nazionali e locali) guardano alle loro carriere (a tempo debito vi farò sapere di tutti quelli che facendo finta di lavorare per la città in realtà stanno lavorando per loro stessi mirando a conquistare qualche posticino al sole della politica regionale, nazionale o europea). Quest’anno per scelta ho deciso di non partecipare a nessun evento commemorativo. E’ difficile stare, o sfilare, accanto a chi per tutto l’anno dimentica la tragedia (siamo arrivati anche al caso della massima carica cittadina che ha dato del pazzo a una persona colpita negli affetti più cari a causa del sisma) o a chi finge di commuoversi (sì, purtroppo sono tanti quelli che fingono) o a chi annuncia, attraverso comunicati stampa, il concorso-progetto per un monumento-ricordo a pochi giorni dal quarto anniversario (gli sciacalli rispetto a questi personaggi sono dei dilettanti).

Inoltre, quest’anno, la commemorazione è stata trasformata nella sagra delle vanità. Qualcuno su Facebook ha fatto notare che il Sei aprile (che dovrebbe essere solo un giorno di silenzio e raccoglimento) sta diventando una seconda Perdonanza.

Il prossimo anno aspettiamoci le “ballerine in piazza” come dicevano i nostri nonni quando si avvicinavano le feste patronali. Questo è il triste quadro. Questa è la sintesi di un anno in cui lo spettacolo (brutto) è andato avanti. Il dolore è rimasto alle 3.32 del sei aprile 2009. Ciao ragazzi. Al 2014. Alla prossima lettera. E non fate scherzi. Aspettatemi.

Il vostro papà.

Giustino Parisse

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